stereotipoNegli ultimi giorni ha fatto scalpore la pubblicità di un noto marchio di gioielli. Diverse e contrastanti sono state le opinioni e le emozioni, anche a causa della recente “Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne”; ricorrenza, ricordiamo, istituita dall’ Assemblea generale delle Nazioni Unite.

La pubblicità in questione ha rispolverato il vecchio stereotipo sull’identità di genere, per esempio nell’infanzia i colori sono il rosa per le bambine e il celeste per i bambini oppure nell’età adulta i maschi si occupano del sostentamento economico mentre le femmine si occupano delle “faccende di casa”. Uno stereotipo è quindi una scorciatoia mentale che ogni persona usa per giudicare un’altra persona con l’ipotesi che, chi rientra in una determinata categoria avrà probabilmente le caratteristiche proprie di quella categoria. Si tratta di un concetto astratto e schematico che può avere una diversa accezione: neutrale ad esempio lo stereotipo del Natale con la neve e il caminetto acceso; positivo come ad esempio gli italiani sono calorosi o perfino negativo per esempio la non comprovata associazione tra consumo di droghe e il genere musicale Rock. Nessuno purtroppo è esente dallo stereotipo, tuttavia, questa credenza può essere modificata tramite l’educazione e/o la familiarizzazione.
Proprio perché limitanti ed estremizzati, gli stereotipi di genere non sempre corrispondono al sentire delle persone, ed è proprio quello che è successo a seguito della pubblicità nelle emozioni provate dalle donne italiane. Lo stereotipo di genere è lo stigma attribuito a ciascuno dei componenti delle due categorie sessuali (maschi e femmine) sulla base delle aspettative sociali, degli appartenenti ai gruppi. Secondo diversi autori (Master, Johnson e Colodny, 1987), ancor prima della nascita la coppia genitoriale tende ad avere un diverso atteggiamento rispetto al sesso del figlio, immaginando diversi potenziali e doti sulla base del genere, sensibilità e bellezza per una figlia o sportività e forza per un figlio.
Oggi, tuttavia, possiamo constatare che la mascolinità e la femminilità non sempre dicono molto sulla vera personalità dell’individuo, sulle sue preferenze sessuali e sul suo stile di vita; sembra che gli stereotipi stiano cedendo il passo a prospettive più scientifiche a dinamiche. I primi indebolimenti dello stereotipo maschio-femmina e il cambiamento del ruolo di genere sono avvenuti negli ultimi trenta- quarant’anni, per l’entrata massiva delle donne nel mondo professionale e per il movimento femminista degli anni ‘70 che, con condotte a volte estreme e atteggiamenti spesso altamente provocatori, ha sensibilizzato i gruppi sociali, mettendo in evidenza le discriminazioni sessuali e scalfendo lo stereotipo culturale.
I due generi non vengono più considerati secondo la prospettiva in cui gli uomini debbano essere per forza “mascolini” e le donne “femminili”, identificando una complementarietà di comportamento se non addirittura una oppositività. Nella contemporaneità si riconosce finalmente alla donna competitività e femminilità contemporaneamente e in diversi campi così come nell’uomo si possono identificare allo stesso modo amorevolezza e tenerezza, simultaneamente alla mascolinità. C’è ancora tanto lavoro da fare, e diventa quindi necessario identificare e criticizzare questi stereotipi non per cancellarli in toto ma per far sì che valgano sia per chi adatta il proprio ruolo di genere ad essi, e sia per chi non si riconosce in tali schemi precostruiti. Diventa quindi doveroso educare fin da piccoli le nuove generazioni al riconoscimento dello stereotipo e al suo rifiuto affinché tutti possano ricevere il rispetto e il valore che meritino. Questo non vuol dire annullare le differenze, ma anzi ampliare la visione sulle diverse forme che l’identità assume e garantendo l’accoglienza di tutti.

Paola Palumbo

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