Hathor

“Armati” di chitarre, mandole e mandolini, i quattro musicisti pugliesi che formano gli Hathor Plectrum Quartet (Hpq) portano in giro per il mondo la bellezza della musica italiana e non solo!

Il quartetto unica formazione nel suo genere in Puglia è formato da Antonio Schiavone (mandolino), Roberto Bascià (mandolino), Fulvio D’Abramo (mandola) e Vito Mannarini (chitarra). Il gruppo, nato nell’ormai lontano 2007, presso il conservatorio “Niccolò Piccinni” di Bari, cerca con tutte le proprie forze e con tutto il proprio talento di dare nuova vita e versatilità a strumenti a plettro un po’ dimenticati dal grande pubblico.

Il loro ampio repertorio parte da ballate ottocentesche, passando per le musiche partenopee fino a celebri colonne sonore.

Siete una formazione musicale unica nel suo genere in Puglia. Cosa rappresenta per voi artisti essere “responsabili” di una tale unicità?

È un onore e un onere ed una responsabilità non da poco; certo un “primato” che abbiamo costruito nel tempo, caparbiamente e che oggi ci identifica e per quanto difficile, ma sempre stimolante sia stato, oggi cerchiamo di portare alte le nostre passioni, la complicità che si è creata tra di noi e i nostri personali percorsi di studio, che trovano in questo giusta risoluzione.

Antonio Schiavone, Roberto Bascià, Fulvio D’Abramo, Vito Mannarini. Siete artisti pugliesi e maestri di strumenti a plettro: suonate mandolini, mandole e chitarre. Strumenti classici, ma un po’ dimenticati dal grande pubblico. Quali sono state, secondo voi, le motivazioni di tale allontanamento?

Forse la causa di questa “dimenticanza” risiede nel fatto che il mandolino è rimasto “vittima” proprio di quel repertorio che l’ha reso noto in tutto il mondo e che gli ha dato quella possibilità di essere oggi identificato come lo strumento tradizionale italiano per eccellenza. Come un attore che lega la sua immagine ad un certo personaggio, o un cantante che non riesce a staccarsi dal suo “must”, pur avendo capacità e qualità per interpretare altri brani o altri copioni.

Cosa vi ha spinto ad unirvi in un quartetto e a portare in giro per il mondo questa particolare cultura musicale?

Dobbiamo scindere le due cose. In primis abbiamo deciso di unirci, o meglio “staccarci”. Ci spieghiamo meglio. La nostra esperienza e la nostra conoscenza risale ai tempi del Conservatorio, quando eravamo studenti del “Piccinni” di Bari e facevamo parte dell’orchestra a plettro del Conservatorio. Una volta terminati i nostri studi e arrivati tutti e quattro al diploma abbiamo deciso di continuare questa esperienza e di dare un “imprinting” personale, un carattere ed un profilo stilistico al nostro “suonare”. Che si è tradotto nell’HPQ. Questo è stato possibile solo perché abbiamo capito che c’era un feeling amicale anche fuori dal palco; lunghe tournée all’estero, che comportano spostamenti a volte estenuanti, prove con ritmi molto serrati non possono essere condivisi con persone che non condividano di base gli stessi interessi, che non comprendano che nel quartetto non ci sono individualismi, ma simbiotici benefici, per il raggiungimento dei quali ognuno, per le proprie competenze, è chiamato a rispondere. E questo non ce lo siamo mai detto apertamente, ma l’abbiamo capito e dimostrato tutti sin dal primo giorno. Quella era la prova che questo quartetto poteva puntare lontano davvero.

Il vostro ricco repertorio va dalle ballate barocche, passando per la musica contemporanea, fino ad arrivare ad alcune tra le più emozionanti colonne sonore. In che modo gli strumenti a plettro riescono a dare nuova vita a brani spesso molto noti e pop?

C’è un fattore sorpresa che spesso conquista il pubblico, che alla fine dei nostri concerti esterna il suo “non me l’aspettavo davvero”. Perché è sostanzialmente pregiudiziale il porsi ad ascoltare il mandolino, forse per colpa proprio di quel repertorio di cui abbiamo parlato prima. Ricordo che quando abbiamo aperto il concerto di Patty Pravo con “La bambola” o quando con Antonella Ruggiero abbiamo proposto una “super – pop” TI SENTO (merito anche degli arrangiamenti del bravissimo M° Leonardo Lospalluti) abbiamo avuto noi per primi la percezione di quanto inusuali fossero quelle sonorità, ma al contempo di come si sposassero benissimo con la timbrica dei nostri 4 strumenti. Ma anche l’Halleluja di Coehn “suona bene”, per non parlare dei brani di De Andrè, che nel prossimo tour estivo proporremo con Gianni Vico.

Siete spesso in giro per concerti e lezioni sia in Italia che all’estero: quanto è stato difficile intraprendere e continuare questo vostro progetto?

Non è certo facile; senza peccare di presunzione, ma mantenere uno standard ed un livello sempre all’altezza della situazione comporta non pochi sacrifici, personali e di gruppo. È necessario programmare prove periodiche che mettano da parte le difficoltà logistiche, considerato che siamo di quattro paesi diversi e non vicinissimi tra di loro (Antonio Schiavone è di Bitonto, Roberto Bascià, Manduria, mentre Fulvio D’Abramo e Vito Mannarini sono rispettivamente di Molfetta e Mola di Bari, n.d.r. ). Bisogna essere precisi nelle comunicazioni con gli enti organizzatori; intendersi con i direttori d’orchestra, con i cantanti o ancora con le Università se si prevedono lezioni o masterclass. Non è facile, ma forse l’aspetto stimolante è proprio questo: tutto deve essere ben pianificato, riducendo al minimo ogni margine di imprevisto (che comunque ci sono e abbiamo imparato a gestire!). In questo, la tecnologia ci aiuta tantissimo: le videoconferenze via skype sono frequentissime, a qualsiasi ora del giorno, in modo che anche il fuso orario, da occidente ad oriente, non sia un problema!

Nelle vostre lunghe tournée internazionali, spesso avete suonato in Paesi importanti come l’Ungheria, la Germani, l’Irlanda o l’Argentina, ma avete anche toccato luoghi più sconosciuti e lontani come la Tanzania, il Turkmenistan o addirittura il Pakistan. Che emozioni vi regala il portare così lontano la vostra cultura musicale ma, al tempo stesso, il vostro essere pugliesi?

L’emozione di salire con i propri strumenti su un aereo che ti porterà dall’altra parte del mondo o in un paese più vicino è sempre grande. Realizzi e ripaghi in quel momento tutti i sacrifici, non solo tuoi personali, ma anche delle nostre famiglie che su di noi hanno scommesso per prime. E poi incontrare il pubblico è sempre un’emozione impagabile; e non importa in quale parte del mondo si sia, il segreto è anche per noi, come per il pubblico che ci ascolta, di non porsi in maniera pregiudiziale, mai, ma di essere sempre professionali e preparati, che si suoni a El Circulo (il secondo teatro più grande dell’Argentina), al China Music Fest, con Antonella Ruggiero o per Patty Pravo o in altro posto che il luogo comune intende “minore”.

Qual è la tappa che ricordate con maggior emozione? E perché?

La tappa più bella ed entusiasmante è sempre la successiva, la prossima, quella che verrà..perché bellissime sono state tutte le tappe finora vissute e ad ognuna sono legati dei ricordi umani e professionali indelebili, che proiettiamo quindi sulla prossima tappa: dai sorrisi dei bambini del Guatemala, all’entusiasmo degli studenti dei Paesi africani; dall’ “idolatria” degli argentini (venivano in albergo ad ogni ora a chiedere autografi e foto) all’entusiasmo degli eurasiatici (qui complici anche i nostri passaggi televisivi sulle reti televisive nazionali); senza trascurare la gentilezza dei cinesi, il senso di ospitalità dei pakistani e il perfezionistico accoglimento dei tedeschi. E potremmo sicuramente continuare a raccontare. Speriamo di farlo.

 

Valentina Palumbo

direttorenoidonne@noidonne.net

 

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