CaliannoAngelo Calianno, 37 anni, originario di Cisternino, bellissimo borgo in provincia di Brindisi è un giovane pugliese cittadino del mondo. Nel vero senso della parola.

Reporter di guerra in paesi difficili e lontani, Calianno è anche una esperta guida turistica dei nostri territori. Una vita passata a scattare foto e a raccontare storie. La sua, in particolare, è davvero speciale.

A soli 18 anni hai scelto di andare via dalla tua terra, la Puglia, e di seguire la tua passione per i viaggi e per le storie. Cosa ti ha portato a questa scelta?

E’ stata una combinazione di cose, come sempre. 18 anni li avevo nel 1998 e la Puglia era un posto completamente diverso: l’Adriatico viveva una costante emergenza dopo la guerra nei Balcani, dal Sud si andava via molto più che ora e  la meta turistica di spiagge e bellissimi borghi che vediamo oggi era un concetto prematuro. Allora, andare via era l’unico modo di fare esperienza nello studio e nel lavoro, lentamente le cose ora stanno cambiando.
Insieme alla necessità, la voglia di girare il mondo è sempre stata viva dentro di me: nata dalle letture, dai libri di esploratori e giornalisti. Ad un certo punto, però, non mi bastò più leggere di quei posti, volevo vederli con i miei occhi. La via più breve fu imbarcarmi su una nave: fu quella la prima avventura, quasi un anno sulle coste africane dell’Atlantico.

La tua vita si può quasi dividere in due parti: da una parte il tuo lavoro di guida turistica, in cui accompagni turisti e ospiti a scoprire la bellezza della nostra terra, l’altra in cui lavori come reporter in paesi lontani e spesso “difficili”. Cosa ti affascina di questi due lavori?

Ilavoro di guida e reporter non sono poi così diversi: in entrambi i casi racconto qualcosa, le storie sono diverse, gli scenari e il modo di farlo è diverso ma il senso rimane lo stesso. Raccontare quello che succede o che è successo, questo è il filo che tiene uniti i due lavori! Conoscendo così tanti posti poi ho una posizione privilegiata potendo raccontare anche come la nostra terra è legata a decine di posti in medio oriente, Africa, Asia. Tutto nella storia si ricollega ad un certo punto.

Il tuo sito, nel quale raccogli e pubblichi storie e reportage dei tuoi viaggi si chiama “SenzaCodice”. Come mai questo nome e cosa significa per te fare “informazione indipendente”?

Il nome, come tante cose, nasce per caso e da un momento di ispirazione. Quello che ho sempre voluto fare, prima con i racconti di viaggio, poi con un piccolo blog e ora con  sito internet e reportage, è sempre stato raccontare qualcosa di cui non si legge perché per tutto il resto c’è anche fin troppa informazione. Un esempio su tutti: scrissi dell’Isis nel 2008, quando era solo un piccolo gruppo di sovversivi. Ora, 8 anni dopo, per me non ha più senso farlo perché il web (e non solo) ne è pieno (anche se in maniera a volte inesatta).
Il nome “Senza Codice” mi è stato ispirato da un album dei Pearl Jam, “no code” che ascoltavo spesso durante i miei viaggi. Racchiudeva la mia idea di non avere regole su cosa scrivere o non scrivere, niente articoli che favoriscano una causa piuttosto che un’altra o partiti che controllino le notizie. Cerco di essere quanto più neutrale possibile, per questo nella maggior parte delle volte, i miei reportage sono testimonianze di gente che i problemi, le guerre e le carestie, le vive sulla propria pelle. Se il codice della nuova informazione è diventato un copia e incolla che rimbalza tra social media e fake news, allora io preferisco non avere una regola e raccontare quello che vedo senza filtri. Anche se proprio questa scelta limita molto la mia visibilità.

Cosa significa per te il racconto “dell’altro”? Quali emozioni provi quando qualcuno ti affida, con fiducia, la propria storia e, difatto, la propria vita?
C’è tanta generosità nell’affidarmi storie e difficoltà, tanto che ne sono sempre commosso. E’ difficile per me tornare in Europa e ascoltare i problemi della gente, quelli quotidiani come il lavoro, l’amore, il non riuscire a comprare un nuovo cellulare o andare in ferie ecc ecc, dopo aver visto quali sono i veri problemi: la morte, la guerra e la fame che paradossalmente in molti luoghi si affrontano con molta più positività e sorrisi di quanto non facciamo noi.  Mantenere dentro di me questo equilibrio è una parte molto difficile. Per quello che posso cerco di trattare ogni storia come un piccolo tesoro da proteggere, sbattere una foto “tragica”  e venderla al primo offerente sarebbe la via più facile se non devi fare i conti con la tua coscienza.

Da quasi 15 anni scrivi e fotografi storie di guerra in Paesi lontani e poco interessanti per i media occidentali come la Liberia o il Sudan. Luoghi dimenticati, guerre dimenticate, morti dimenticati. Esistono per davvero secondo te precise strategie politiche che impediscono la notorietà al grande pubblico di queste situazioni così drammatiche?
Secondo me non esiste esattamente una strategia precisa ma il “non sapere” è il risultato di altre strategie, mi spiego meglio… La maggior parte delle guerre tribali e civili nei paesi del sud del mondo creano instabilità politica e sociale, il caos è l’ambiente ideale dove, chi sa fare affari (petrolieri, proprietari di miniere di coltan e oro, produttori e trafficanti d’armi) proliferano e guadagnano. C’è una classe societaria in occidente che guadagna da tutto questo, milioni di euro.  Si insinua nelle persone la paura di muoversi e viaggiare e quindi di sapere, la paura da sempre è il modo migliore per controllare le persone. Prima di partire leggo sempre quello che scrivono le ambasciate sui luoghi in cui devo recarmi, fanno di tutto per scoraggiare qualsiasi nostro movimento, perché di nuovo, meno si scopre, meno si conosce,  più facile è fare quello che ti dicono. Facebook è un esempio interessante, quando accedi da un paese “atipico” come è capitato a me in Sudan, Sierra Leone ecc, i social media bloccano l’accesso scrivendo: “Sembra che tu ti sia connesso da un luogo diverso dal solito” e poi tutti i sistemi di sicurezza per il riconoscimento.
Mi sono sempre interrogato sul significato di quel “solito”, vuol dire che stiamo diventando prevedibili e quindi più controllabili, tanto da risultare strano il fatto di viaggiare e recarsi in paesi diversi, chi ha deciso cosa deve essere per noi “solito” o “insolito”?

Un tema cui sei molto legato è quello dei “desaparecidos”. Agli scomparsi del Sud America hai dedicato alcune mostre fotografiche e molti scritti interessanti. Oltre al mondo del narcotraffico, quanto c’è di politico dietro questa piaga che affligge paesi meravigliosi come l’El Salvador, il Cile o il Messico?
Tanto! La politica da quelle parti è collegata direttamente o indirettamente al narcotraffico, la droga è il più redditizio dei traffici, parliamo di milioni e milioni di dollari al giorno per i clan. Quello che succede in tantissimi paesi meravigliosi del centro e sud America è che il livello di corruzione è arrivato fino al cuore dello Stato, funzionari di polizia, giunte comunali, politici, il giro di soldi è talmente alto ed è talmente tanta la gente coinvolta che chiunque sia pronto a smascherare questi sistemi fa una fine orrenda, giornalisti al primo posto, un esempio perfetto è la bravissima giornalista Lidya Cacho, rapita e seviziata per quello che aveva scritto e denunciato. Soprattutto negli anni ’80 si pensò che far sparire la gente fosse sufficiente per mettere a tacere le voci di chi denunciava abusi e corruzione, tutti quei desaparecidos di allora hanno dimostrato che non è così, che le voci di chi vuol reagire non tacciono mai.

 

Valentina Palumbo

direttorenoidonne@noidonne.net

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